Claudio Cianca, si è spento l’antifascista dal pensiero ribelle. Una vita per i più deboli

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Claudio Cianca, antifascista dal pensiero ribelle. Voleva bloccare gli sfratti, far costruire nuove case popolari. Leader degli edili romani dal 1945, Segretario della Camera del Lavoro di Roma dal 1949, Segretario della nazionale della Fillea dal 1966 al 1969 segretario generale. 

Irriverente in modo meraviglioso, persino esemplare, il bambino che nel 1924, a Roma, a scuola, all’arrivo di Mussolini e davanti al maestro, “Io il saluto fascista non lo faccio”, si spiegò, “perché mio padre non è fascista e i fascisti lo hanno picchiato”.

Antifascista per istinto sin dai suoi undici anni, verrebbe da commentare. Nessuno poteva sapere che questo bambino dopo la lettura di Al Caffè, di Errico Malatesta, quelle di Bakunin e Kropotkin, sarebbe diventato Claudio Cianca, l’antifascista consapevole, dal pensiero ribelle, che di se stesso nel 2009, “Qualunque cosa fosse contro il fascismo mi andava bene”, ha raccontato a Giuseppe Sircana in Il mio viaggio fortunoso.

Noto ai più per l’attentato nel 1933 nel pronao della Basilica di San Pietro per cui si fece dieci anni di prigione, Cianca ha saputo raccontare l’esperienza della galera con ottimismo, qualità che, a sentir parlare di lui, contraddistingueva la sua indole. In fondo gli era chiaro: se non fosse stato in carcere sarebbe potuto morire in Spagna o in Russia. Meglio la galera!

A partire da questa considerazione, per entrare nell’animo di questo antifascista dai gesti unici, è doveroso e piacevole ammettere, in empatia con la sua vita, che ogni avvenimento di cui si è reso protagonista prima, uscendone indenne dopo, è da giudicare propizio e con l’esito di formare questo essere straordinario, ma soprattutto di consegnare un uomo e un politico di qualità rare, se non uniche, alla storia come a tutte le persone che hanno avuto il privilegio, la fortuna o anche solo la possibilità di incontrarlo di persona, o di approfondire  il suo percorso.

Claudio Cianca, protagonista assoluto della sua vita, come di quella delle persone che ha amato, per cui ha lottato e che ha sostenuto, se ne è andato il 22 febbraio 2015: bello, allegro, sorridente, con “il cuore stanco” – ha confidato quella stessa mattina – ma ci ha salutati, poi, vestito di rosso, con il colore della sua vita, delle sue battaglie, del suo animo attento e partecipe delle sofferenze dei più deboli.

Leader degli edili romani dal 1945, Segretario della Camera del Lavoro di Roma dal 1949, Segretario della nazionale della Fillea dal 1966 al 1969 segretario generale. E’ stato molto, tanto, quest’uomo. Anche padre, un padre lottatore, di valori.

Ma dev’essere vivo nel ricordo soprattutto come Claudio Cianca – elettricista. Lo si deve alla sua umiltà, alle battaglie di quest’uomo che voleva bloccare gli sfratti, far costruire nuove case popolari. Lo si deve al modo di agire di un antifascista la cui vita insegna l’impossibilità di “barattare la libertà con la rinuncia delle proprie convinzioni” e perché, come ha raccontato lui oltre i suoi novantanni, “Cerco di tenere vivi e trasmettere ai giovani quei valori che hanno ispirato la mia vita. La libertà non si perde tutt’assieme un brutto giorno, ma poco a poco, giorno per giorno”. La memoria non può che tenere stretto il ricordo di questo uomo la cui felicità più grande sapeva raccontarla ricordando il congresso della Cgil di Napoli, nel 1945, quando tutti non si sentivano più sudditi, ma lavoratori consapevoli che partecipavano alla costruzione di una democrazia. Un faro nella notte, il ricordo di Claudio Cianca, in questi tempi bui.

Isabella Borghese

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