MAURO VERONESI: ESPERIENZA DI AUTORECUPERO DI VIA FERRINI

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Mauro Veronesi

“La mia generazione ha pagato un prezzo molto alto per il proprio impegno.” A parlare è Mauro Veronesi, figura fondamentale dell’autorecupero di via C. Ferrini a Cinecittà.

“In temine di tempo, salute e tanto altro. Per seguire l’autocostruzione ho sospeso gli studi in lettere all’Università della Sapienza. Mi sono laureato con anni di ritardo e ho rinunciato all’insegnamento, ma ho avuto molte altre soddisfazioni.”

 

Mauro Veronesi ha seguito insieme a Loredana Mozzilli e Renato Fattorini l’autocostruzione dello stabile di via Ferrini: “Non voglio essere definito “ex”” una raccomandazione imperativa con la quale ha aperto questo racconto. “C’è chi ci ha costruito una carriera. Voglio essere definito assegnatario Ater, iscritto al sindacato Unione Inquilini. Anche organizzatore del Comitato Popolare di lotta per la casa può andare bene.”

L’Unione Inquilini ha contribuito in maniera decisiva sull’esperienza portata avanti da Mauro. Il modello della cooperativa “Chi non occupa preoccupa” di Bologna che con Fabio Alberti, allora consigliere di Democrazia Proletaria e fondatore nella città emiliana del sindacato Unione Inquilini, era riuscita a realizzare su immobili abbandonati l’autorecupero dal basso.”
“Avete presente lo skyline bombardato di Beirut? Così si presentava, c’era solo lo scheletro, non era neppure tamponato.” Così ci descrive il palazzo alle sue spalle Mauro: “Lo stabile era del costruttore Caltagirone, abbandonato come altri. Uno dei tanti della città di Roma interessato dallo scandalo  “Italcasse”. In quegli anni i costruttori convenzionati con soldi pubblici avevano intascato i fondi abbandonando però i cantieri. Abbiamo fatto i picchetti di fronte al tribunale per impedire che gli stessi ricomprassero all’asta questi scheletri. Il rischio era che si aggiungesse speculazione alla speculazione.”

“Era la fine degli anni ’80, gli anni di piombo, l’inizio del lusso per pochi, alle spalle il ’68 e la fine speranza. Non ci siamo mai abbattuti e siamo ripartiti con questo spiraglio.” Prosegue Mauro: “Nel  1984 il piano di edilizia economico popolare prevedeva 180 mila nuove stazze da costruire. Da questa domanda parte il movimento: Perché se ci sono così tanti cantieri abbandonati e dobbiamo ancora cementificare? Non chiedevamo più solo la casa, ma servizi, infrastrutture e qualità per i nostri quartieri.  Con attenzione anche alla qualità della socializzazione. Avevamo visto nascere nuovi quartieri in zone agricole, senza alcun servizio. Famiglie abbandonate in palazzoni, quartieri oggi in mano alla criminalità.”

“Abbiamo quindi organizzato a via Ferrini l’autorecupero.” Prosegue: “Il grosso degli occupanti lavoravano nell’edilizia. La mattina nei cantieri, il pomeriggio e la sera qui a costruire la propria casa. Selezionammo le persone da inserire subito. Per esempio chi aveva lo sfratto aveva priorità sugli altri. Un lavoro collettivo portato avanti con molta pazienza.  Chi non entrava subito contribuiva portando magari i mattoni. Il progetto era portato avanti in maniera militaresca, si organizzavano i picchetti di tre turni a settimana per il bene di tutti, deciso sempre con il consenso di tutti. Insieme alle famiglie c’erano gli studenti universitari, come me che contribuivano come potevano. Le persone per lo più erano poco scolarizzate e poco abituate alla collettività. Credo che la funzione pedagogica sia fondamentale in questi progetti. Poi certo ci si prova, se non si riesce non si possono incolpare gli organizzatori. Quindi con molta pazienza abbiamo realizzato 35 appartamenti rifiniti. Il comune verificò con i dovuti controlli lo stabile e con un censimenti gli occupanti presenti. Completammo gli altri appartamenti. Avremmo voluto costituirci in cooperativa per rimanere, le istituzioni ci dissero che l’idea era meravigliosa, ma ci diedero la lista di case comunali disponibili per l’assegnazione. Oggi tutto il nucleo fondativo vive negli alloggi Ater di Via Schopenauer. La palazzina alle nostre spalle assegnata, nel rispetto della graduatoria, a 140 famiglie. Siamo orgogliosi di aver restituito alla città 140 appartamenti.”
“Oggi però la situazione non è cambiata. Gli immobili in abbandono o sfitti sono triplicati, ma l’emergenza abitativa continua.” È conclude: “Ci sono tante famiglie che non riescono ad accedere agli alloggi Ater, ma che non possono permettersi un appartamento sul mercato libero degli affitti. A essere cambiata è il tipo di immigrazione. Prima si trattava di immigrazione autoctona, ovvero proveniente dal Sud Italia, dalle Marche o da Frosinone. Oggi sono i fratelli immigrati da altri paesi. In molti vivono questa grande contraddizione: lavorano nei cantieri e vivono in baracca. C’è una storia triste ma illuminante. Un lavoratore, impiegato nel cantiere dei palazzi di Anagnina è morto nel rogo della propria baracca qualche anno fa. Costruiscono le case per gli altri senza poterne avere una dove sistemare la propria famiglia.”

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