Unione Inquilini: Assemblea Spintime, Le proposte sulla rigenerazione urbana

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Il 28 febbraio 2018 si è  svolta a Roma, presso l’occupazione di via Santa Croce in Gerusalemme, un’ampia e partecipata assemblea cittadina promossa dall’alleanza sociale composta da blocchi precari metropolitani, Action,Cgil, Link Coord.Universitario e Unione Inquilini.

Tra gli altri sono intervenuti il dott Rebecchini (Presidente Acer Roma), Paolo Berdini (urbanista), le famiglie sgomberate da Cinecitta’, il dott. Magione (Presidente Ordine degli architetti), Bruno Papale (Presidente Coop. Autorecupero “Inventare l’Abitare) e tanti altri.

Di seguito il report sull’assemblea esul prosieguo delle iniziative e sulle proposte da mettere in campo di Walter De Cesaris, intervenuto in rappresentanza dell’Unione Inquilini.

Una proposta alla città: il recupero e il riuso del patrimonio immobiliare vuoto come leva di un progetto di rigenerazione urbana che guarda alla soluzione strutturale della sofferenza abitativa e, allo stesso tempo, può rappresentare una occasione per creare migliaia di posti di lavoro.

A Roma servono almeno 10 mila nuove case popolari, cioè abitazioni a canone sociale, in cui l’affitto non è rapportato al mercato ma al reddito. Per realizzarle, però,  non servono nuove costruzioni. Occorre partire dall’enorme patrimonio immobiliare vuoto, a cominciare da quello pubblico.

Questa proposta, che parte dal soddisfacimento di un diritto primario, che possiamo definire di dignità, e che si rivolge prioritariamente a quanti oggi vivono sulla propria pelle il dramma della mancanza di una casa, dell’incombere di uno sfratto esecutivo o di una precarietà abitativa che non risolvendosi, si trasforma in una precarietà della propria esistenza, allo stesso tempo ha un a valore generale che parla a tutta la città in quanto rappresenta una grande occasione di riqualificazione, culturale, sociale, ambientale e uno strumento forte per nuova occupazione.

Insomma, la realizzazione di un piano di rigenerazione urbana, che risolva il problema abitativo a Roma e che riguardi anche la realizzazione di spazi culturali, sociali e  servizi, è una “grande opera pubblica” di equità sociale e di “ammodernamento infrastrutturale” che crea lavoro e produce ricchezza.

Una occasione per un dibattito pubblico sulla città e il suo futuro, anche dal punto di vista produttivo ed economico.

Una coalizione inedita, composta da movimenti e sindacati per l’abitare, la CGIL, associazioni degli studenti e del volontariato, mondo dell’università e dell’urbanistica più avanzato, lancia questa proposta a tutta la città e a una politica che appare indifferente e tuttalpiù affogata a rincorrere l’emergenza mettendo pezze che spesso sono peggio del buco che vorrebbero coprire.

Come Unione Inquilini vogliamo investire in questo percorso.

Pensiamo a una ulteriore apertura: la costruzione di una assemblea cittadina per il recupero e il riuso a fini abitativi, sociali, culturali del patrimonio inutilizzato in cui possano partecipare a pieno titolo associazioni, movimenti, realtà sociali, organizzazioni sindacali, comitati locali, esperienze delle municipalità, espressioni del mondo dell’università, della cultura, degli urbanisti e degli architetti.

Possiamo mettere insieme i progetti differenti che in tante realtà sono stati elaborati e proposti per recuperare a fini abitativi, culturali immobili e spazi abbandonati e oggi in degrado.

Dal basso, possiamo costruire un piano regolatore del recupero e riuso secondo il modello del bilancio partecipativo.

Il percorso a cui noi vogliamo contribuire:

  • Il censimento e la mappatura del patrimonio immobiliare pubblico e privato vuoto. I Prefetti, sulla base di una recente circolare emanata dal ministero dell’interno, dovevano già aver messo in cantiere questa mappatura. Nulla sembra però muoversi. Noi dobbiamo pretendere questo atto e, ancora di più, che sia reso trasparente e pubblico e possiamo anticiparlo dal basso attraverso l’inchiesta che parta dai territori.
  • L’elaborazione dal basso del piano di recupero che parta dalle proposte  e dalle vertenze che già movimenti, comitati, associazioni hanno messo in atto.
  • Uno studio delle fonti normative, nazionali, regionali, locali, che già oggi possono essere utilizzate, la proposta di modifica di quelle esistenti e l’elaborazione di nuove proposte.
  • La capacità di saper andare anche oltre i nostri confini e prendere relazioni con il modo produttivo della città. L’associazione romana dei costruttori ha dato segnali di interesse, addirittura dei condivisione del progetto. E’ un fatto importante perché anche mondi a noi distanti colgono al necessità di una svolta nella politica urbanistica. Il punto per noi essenziale è il segno sociale netto che deve essere perseguito: via dall’imbroglio del cosiddetto “social housing” e da quella pratica, che pure la recente legge regionale conferma, della cosiddetta “urbanistica contrattata”: il privato ha sostanzialmente mano libera nella valorizzazione speculativa delle aree e degli immobili (con premialità di cubature e cambi di destinazione d’uso) in cambio di una mancia residuale di interventi sociali (spesso poi non di case popolari ma di social housing). Questa pratica va rovesciata: questo deve essere il segno del piano di recupero e riuso che proponiamo. In questo senso, noi pensiamo che l’ATER possa e debba svolgere un ruolo fondamentale. Anche perché l’obiettivo principale del piano di recupero deve essere quello di realizzare case popolari, che dovrebbe essere  proprio la missione dell’ATER.
  • Le risorse. Serve un finanziamento generale del piano e, in questo senso, la richiesta che la Regione lo finanzi, con almeno l’1% del proprio bilancio è assolutamente da perseguire.  Va fatto uno screening di tutte le forme di finanziamento attivabili (a partire dai fondi europei). Ma la discussione sui costi non deve diventare il moloch di fronte a cui tutto si blocca. Qualcuno deve rispondere a queste due semplici domande: qual è il costo del degrado, quante risorse si sperperano lasciando deperire il patrimonio pubblico? Quanto è il flusso enorme di denaro che si spende (qualche volta si sperpera) per inseguire l’emergenza senza mai risolverla, anzi riproducendola? Infine, il finanziamento del piano per il recupero del patrimonio inutilizzato non va messo nella voce “costi” ma in quella “investimenti”.
  • La mobilitazione: va estesa, allargata e radicata nei territori, a partire dalle vertenze in atto. La manifestazione programmata per il 13 marzo in Campidoglio è un appuntamento importante e su cui intendiamo impegnarci al massimo delle nostre capacità. Dobbiamo, però, anche allargare la mobilitazione nei confronti delle altre controparti: la Prefettura deve realizzare (e secondo noi pubblicare in maniera trasparente) la mappatura degli immobili pubblici e privati vuoti); la Regione, anche come competenze affidate dalla Costituzione) ha la responsabilità delle politiche abitative, può dettare norme di indirizzo ai comuni e varare una nuova normativa sulla rigenerazione urbana che consenta effettivamente di realizzare il piano di recupero con il segno sociale che proponiamo, deve stanziare gli investimenti necessari.

 

Infine, una valutazione di contesto.

Sono stati effettuati sgomberi violenti durante l’estate che hanno dato di Roma un’immagine negativa che ha fatto il giro del mondo.

L’iniziativa che l’inedita alleanza sociale tra movimenti, sindacati e associazioni ha messo in campo ha anche il valore di dare un respiro di proposta politica alle lotte di questi anni.

Le occupazioni non sono solo la risposta di riappropriazione a un bisogno  inevaso, rappresentano anche una indicazione densa di futuro: immobili lasciati al degrado che vengono occupati al fine di richiederne il loro recupero a fini abitativi e sociali.

Ognuno di noi è chiamato ad uscire dal proprio fortino, mettersi in gioco e condividere uno spazio comune di elaborazione, proposta e mobilitazione.

Ognuno mantiene la propria identità, il proprio linguaggio e le proprie pratiche ma solo insieme, anzi riuscendo ad allargare ancora di più questo “insieme”, si può tentare di raggiungere la massa critica necessaria che serve per realizzare la svolta politica necessaria a rompere con le politiche emergenzialiste e la pratica delle mance.  

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